Bonifiche industriali: in Italia è paralisi del settore

Bonifiche industriali: in Italia è paralisi del settore
Bonifiche industriali: in Italia è paralisi del settore
Igiene Industriale

Ferruzzi (Anida): "Crisi economica e burocrazia troppo pesante hanno diminuito gli interventi del 70% dal 2005. Servono semplificazioni"

Le bonifiche industriali in Italia sono al palo. Un trend negativo che sembra essersi assestato in tutto il Paese a causa della crisi economica che ha colpito il settore produttivo. Ma c’è dell’altro. Dal 2005 ad oggi si è registrata una diminuzione degli interventi pari al 70%: la paralisi del comparto è ancora più rilevante se si pensa che è proprio dalla riqualificazione del territorio che passa il nuovo sviluppo industriale sostenibile. Il monito a tornare a investire nel settore è arrivato anche dal Ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, presente al RemTech Expo 2013, il salone specializzato nelle tecnologie di risanamento del suolo, svoltosi a Ferrara nei giorni scorsi. “Recuperare  e valorizzare i vecchi siti contaminati significa rilanciare la crescita del Paese”, aveva ricordato il membro del Governo.

Non solo, dunque, crisi dell’economia. “ Di sicuro questo è un problema che attanaglia tutto il settore – ha dichiarato ad Ambiente Magazine Cesarina Ferruzzi, vicepresidente di Anida, l’Associazione nazionale imprese difesa ambiente -. Non si deve sottovalutare anche l’impatto negativo di una burocrazia troppo rigida che non permette di essere operativi al cento per cento. I decreti di attuazione hanno tempi molto lunghi, come farraginose sono le condizioni tecniche per garantire la buona riuscita degli interventi. Per non parlare dei costi, troppo alti rispetto agli effettivi lavori dei terreni. Bisogna poi stabilire gli sviluppi successivi legati alla bonifica di aree dismesse, con una chiara pianificazione delle azioni”.

Secondo Ferruzzi, in Italia la legge c’è, così come i tentativi dei Governi di semplificare i diktat in tema ambientale. Ma si tratta di piccoli imput, non di una norma generale, chiara e trasparente. “Noi chiediamo – ha continuato il numero due di Anida – una minore rigidezza degli adempimenti tecnico-amministrativi: non è possibile che per ottenere tutte le autorizzazioni alle bonifiche ci vogliano in media due anni. Bisogna intervenire e ricreare, operando con procedure meno pesanti e dimezzando i costi”.

La distanza con gli altri paesi è lampante. “Quello che manca all’Italia è il pragmatismo che si può trovare altrove in Europa, anche se possediamo maggiore precisione e tecnologie più avanzate”, ha sottolineato Ferruzzi. Un esempio? Londra. Qui, in vista delle Olimpiadi del 2012, sono stati lavati oltre 3 milioni di metri cubi di terreno contaminato. “Gli obiettivi erano chiari, così come le metodiche messe in campo. Il tutto nel tempo stabilito, grazie ad un pool di aziende che ha lavorato 24 ore su 24 per ottenere la bonifica di quella parte di città, fondamentale per la buona riuscita dei giochi. In Italia sarebbe stato impossibile”, ha continuato la vicepresidente.

L’immobilità del comparto può essere superata anche con il contributo dei soggetti coinvolti. “ Gli enti pubblici, e quindi Province, Regioni, Arpa, Asl e forze dell’ordine, devono essere più coerenti  con la normativa e la metodica ufficiali, senza dare spazio a diverse interpretazioni che rallentano i lavori – ha concluso Ferruzzi -. Ma si deve evitare anche l’irrigidimento del privato, facendo attenzione ai cosiddetti “ecofurbi” e istituendo magari una struttura di base o un albo di aziende che si occupano delle bonifiche industriali, con la competenza e le tecnologie giuste per la salvaguardia della salute ambientale ed umana”.

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